La tecnologia non è neutrale
Riconoscere l’intersezionalità delle istanze dei vari movimenti è fondamentale, tanto dal punto di vista teorico, per poter identificare le comuni cause a molti mali prima trattati isolatamente, e sia dal punto di vista pratico, per poter aggregare una massa critica eterogenea che dia voce e forza a tali istanze. Non c’è dunque da stupirsi, e anzi c’è da andare fieri quando si partecipa a collettivi femministi che trattano temi di immigraizone, ad associazioni ambientaliste che analizzano le conseguenze ecologiche del neocolonialismo, di ciclofficine popolari che si interrogano sulla gig economy e il lavoro povero.
“L’ambientalismo senza lotta di classe è solo giardinaggio”.
Nella mia limitata esperienza, c’è però un’istanza che fa fatica più di altre a venire amalgamata nelle riflessioni collettive che ruotano attorno ai movimenti: l’uso della tecnologia.
Utilità contro gli ideali: la necessità di farsi sentire
Quale che sia il tema che una data comunità si trovi a studiare e discutere, emerge sempre l’esigenza della comunicazione, di proiettare e diffondere le idee sviluppate internamente al gruppo al di fuori di esso.
E se lunghe assemblee possono essere dedicate a definire il linguaggo da utilizzare in modo da risultare quanto più inclusivi possibile, se (giustamente) si oscurano i volti dei partecipanti nelle foto delle manifestazioni, se ci si adopera per scrivere lunghi e dettagliati dossier per denunciare questo o quel sopruso, spesso non si dedica una adeguata discussione sui mezzi (quasi sempre digitali, sia hardware che software che, sempre più spesso software as a service) che vengono utilizzati per produrre e veicolare i rsiultati delle riflessioni. E allora si discute della prossima iniziativa su Google Groups, il volantino finisce senza troppi pensieri su un post Facebook, le foto della manifestazione su Instagram, le grafiche per l’evento di raccolta fondi sono create con Adobe Illustrator, viene creato un Meetup per l’appuntamento al cineforum, i volontari si coordinano su un gruppo Whatsapp o Telegram e l’intervista alla studiosa viene pubblicata come podcast su Spotify.
Da un lato questo atteggiamento ha una giustificazione prettamente utilitaristica: occorre raggiungere la propria comunità di riferimento (il proprio pubblico) lì dove essa fruisce delle informazioni, e cioè quasi sempre le piattaforme commerciali di social network. Dall’altra ci si mette anche una generale scarsa alfabetizzazione digitale italiana, che porta spesso a ignorare finanche l’esistenza di alternative più eticamente sostenibili rispetto alle soluzioni delle Big Tech.
Per quanto possa far male ammetterlo, diffondere una riflessione politica, pubblicizzare un concerto indie, sensibilizzare a una causa, sono tutte azioni che, dal punto di vista della comunicazione possono essere riassunte sotto una sola parola carica di accezioni legate proprio a quel mondo commerciale e ultracapitalista a cui i movimenti si contrappongono: marketing. E fa ancora più male ammettere che le grosse piattaforme commerciali detengono di fatto il monopolio sul marketing on line (e quindi, di questi tempi, praticamente sul marketing tout court) e, ancor più, hanno studiato scientificamente il problema e hanno sviluppato strumenti estremamente efficaci a catturare l’attenzione di chi usa le proprie piattaforme.
Contraddizione necessaria(?)
Alcuni movimenti si sono accorti loro malgrado che le tecnologie che utilizzano non sono neutrali quando tutti i contenuti relativi a una certa idea o campagna sono stati più o meno esplicitamente censurati. Ma anche quando non si arriva a tanto, rimane la contraddizione al limite dell’ipocrisia di star utilizzando servizi proprio di quelle megacorp che sono spesso oggetto di critica.