Aloha
È un pomeriggio a caso, d’autunno. Come al solito sono in ritardo feroce e sto correndo come un disperato dal lavoro verso l’asilo per prendere Figlio prima delle 16. Il seggiolino anteriore non è stato esattamente pensato per la curva da corsa, non ci si può accucciare bene e hai sempre un enorme parafreno davanti che ti rallenta, oltre a trasmettere allo sterno – amplificata – ogni imperfezione dell’asfalto.
Le rive hanno i semafori sincronizzati, se spingi forte a sufficienza becchi tutto verde per un chilometro e mezzo. Così mentre penso «Vai che arrivi primo!» guardando le sgasate dei miserabili nelle latte a 30 metri da un rosso, cerco di preparare al meglio la partenza lanciata.
Sono arrivato un po’ corto, il verde scatta e inizia lo sforzo da velocista che non sarò mai, né che ambisco a essere. Verso la fine del rettilineo, un autobus, di quelli lunghi e snodati si ferma, fa salire e scendere i passeggeri. Lo passo, riparte. Procediamo affiancati per un po, io in corsia di sorpasso, l’autobus in corsia di marcia.
Dopo qualche istante noto un ragazzino, avrà avuto 13 anni, è seduto sul lato sinistro dell’autobus e da lì mi guarda. Siamo quasi alla fine della volata, quelli che forse all’inizio erano 30 all’ora ora saranno si e no 25, ma il moto relativo è molto più lento, sembra quasi rallentare lo stesso scorrere del tempo. Mi accorgo di lui, gli faccio un piccolo cenno con la mano guantata.
Accenna un sorriso, un aloha con la mano.
GPM e Cima Coppi
È una mattina a caso, d’inverno, solo qualche settimana fa. Figlio è cresciuto, ora è troppo grande per il seggiolino anteriore, siamo passati al posteriore. Niente più bisbiglii all’orecchio, niente puntare il dito per mostrargli il mondo che scorre.
Dopo la pianura delle rive, arranco sul gran premio della montagna; arrivo all’ingresso del nido. Invece dell’arco pubblicitario c’è un groviglio di lamiere. Appartengono a genitori senz’alcun dubbio premurosi, ancorché sistemicamente ciechi ai rischi di manovrare quindici quintali senza piena visuale all’ingresso di un asilo, emettendo veleni ad altezza duenni, impedendo l’accesso ai mezzi di soccorso, mai ce ne fosse bisogno.
Solita routine: Figlio giù (casca guanto), scavallo la gamba in avanti, ché dietro c’è il seggiolino (sto diventando un ciocco di legno), bici appoggiata all’albero, andiamo su, 22 gradini su due rampe da 11, dentro è sempre estate: vorrei essere a S’Abba Druche o a Managu a farmi un bagno. Grazie maestre, cuoche, inservienti, buona giornata. La nostra società dovrebbe riconoscere appieno il compito che svolgete.
Di nuovo in sella, sono solo a metà strada. Vado giù, rispettando il principio di minima sovrapposizione. Davanti al teatro romano c’è la solita umanità ad espiare con la pena dello stare in piedi in fila con il freddo, con il caldo, con la pioggia e con il sole il peccato originario dell’esser nati nel posto sbagliato.
Rallento, ché tanto dietro l’angolo lo so che c’è il rosso e a differenza di quegli altri, andare più veloce mi costa fatica. Poi via! Bisogna alzare il ritmo per non perdere l’onda verde (ben al centro della corsia di sorpasso, visto che quella di marcia è sempre occupata dalla sosta creativa). Quasi arrivati, ma l’arrivo è in salita – breve ma intensa – segno distintivo di Trieste.
Chi aveva più gambe diceva che andava forte in salita per far durare di meno le proprie sofferenze. Più modestamente lo faccio perché se mi fermo a metà salita poi non riparto più. Non è lo Stelvio, né il Manghen, ma è pur sempre la mia Cima Coppi quotidiana. Non ci sono ali di folla né cartelloni pubblicitari. Eppure, lì in cima, all’angolo con la strada dell’ufficio, una vecchietta mi vede arrivare e fa il tifo. Do un ultimo colpo di reni per non deluderla e arrivare al portone, poi annaspo.